Pinocchio: La persona è desiderio

Pinocchio. Che cos’è una persona? di Davide Iodice debutta a Roma al Teatro India dal 17 al 22 febbraio: lo spettacolo è l’esito di un percorso di drammaturgia partecipata con gli allievi della Scuola elementare del teatro APS, conservatorio popolare per le arti della scena diretta e fondata dallo stesso Iodice a Napoli. Come racconta il regista e pedagogo durante il talk con lo Young Board di Dominio Pubblico, lo spettacolo prende vita da un ciclo laboratoriale rivolto alle allieve e agli allievi storici della scuola: è pertanto il risultato di dieci anni di vita comune, di un insieme eterogeneo di disegni, appunti, elementi improvvisativi, musicali e drammaturgici, in cui il testo è solo il punto di arrivo. 
 

È alla fine di questo percorso che l’opera prende forma, si adatta agli attori sul palco e raggiunge piena autonomia: è anche il punto in cui però, racconta Iodice, avviene il distacco tra il momento pedagogico e quello spettacolare, un salto rischioso proprio per la difficoltà di inserire un lavoro del genere all’interno delle logiche di mercato. Alla voce del regista si uniscono quelle degli artisti stessi, che raccontano le difficoltà sostenute in prima persona, a cominciare da quelle logistiche come dover spostare una compagnia di più di trenta persone, ognuna con bisogni diversi e specifici; e di come si riesca a farvi fronte grazie proprio al fatto che a spostarsi più che una compagnia forse è una piccola comunità che si autosostiene. 

 

L’impianto drammaturgico dello spettacolo si muove su un binario parallelo, alternando di volta in volta due punti di vista che si intrecciano e che dipendono l’uno dall’altro: da una parte le storie dei ragazzi e delle ragazze, i vari “Pinocchio” della storia, dall’altra madri, padri, fratelli, cugini, qualche amico, gli “aiutanti-magici”, come li chiama Iodice, i caregivers, tutte quelle persone che sono parte integrante e imprescindibile della vita di ragazzi con disabilità e neurodivergenze. Sul palco quindi viene data voce a storie che spesso svelano un grande abbandono da parte delle istituzioni e una sistematica mancanza di attenzione verso quelli che sono i bisogni e le necessità di persone extra-ordinarie, dalle barriere architettoniche alle spese sanitarie, dalle opportunità lavorative fino a quelle di inclusione sociale. 

Lo spettacolo provocatoriamente chiede a chi guarda di rimettere in gioco ciò che crede di sapere, partendo dal delineare cosa sia veramente una persona, se e come si formi l’identità di ognuno, a chi/cosa venga delegato questo processo e come sia possibile riscriverlo oggi. Se la persona è ciò che la società decide essere allora dovrebbero essere scardinate anche parole come “inclusione”, termine che implica la volontà di uniformare i diversi in un generico Altro. 

 

È una rivoluzione di linguaggio che non vuole essere né politicamente corretta né originale, ma affermare solo quanto sia necessario ampliare l’orizzonte semantico delle parole. Ecco che allora le persone non sono più portatrici di disabilità, di neurodivergenze, ma sono persone straordinarie perché si collocano nell’extra-ordinario, cioè fuori dall’ordinario, mettendone in discussione i confini. Sul palco si parla di corpi di attori possibili e impossibili, corpi che non vogliono imparare a stare in scena ma ad “essere” in scena. 

 

Ed ecco allora che Iodice porta in scena un sacrificio, quello della Fata Madrina: “Sono stanca” dice la fata dai capelli blu, perché nella sua morte c’è non solo il riposo, ma anche il risuonare incessante della domanda più dolorosa, intima e politica di questo spettacolo: “E dopo? Cosa succederà dopo?”. Non si sa. Ma se la persona è un problema irrisolvibile allora forse la risposta che gli attori e le attrici di Pinocchio sembrano sussurrare sta nella comprensione di un modo diverso di vivere il tempo, un tempo dilatato in cui ci sia nuovo spazio per il mistero, la meraviglia e l’incantamento. 

 

Anna Cipriani