Maggio di Scintille:
Asteroide e Icarus

Walter Álvarez aveva appena messo i suoi libri in ventisei scatole di cartone, e subito si scatenarono catene di incendi. Cenere, pulviscolo e gas densi di zolfo oscurarono il sole e fu buio e fu freddo come non lo era mai stato. Uno tsunami globale sollevò onde mai viste, e un terremoto scosse la terra, dal centro, per settimane. Prevederlo certo non si poteva, ma segni che sua moglie voleva lasciarlo Àlvarez non ne aveva proprio colti. Eppure era un geologo aspirante paleontologo figlio di un fisico premio Nobel, cioè qualcuno da cui ci si aspetta che sappia anticipare gli eventi, quantomeno le catastrofi. Ma questa volta, come 66 milioni di anni fa, non ci fu nulla da fare, e avvenne la quinta estinzione di massa, e Walter Àlvarez venne lasciato da sua moglie, sentendosi solo come doveva essersi sentito l’ultimo dinosauro sopravvissuto all’Asteroide.

Tra le nubi dell’impatto, un gesto e un canto si fanno strada, meteoriti inaspettati capaci di confessare la storia di una fine. Marco D’Agostin abita questi mondi lontani, e sul palcoscenico semideserto del Teatro Palladium danza un musical solitario, mentre i tempi profondi delle ere geologiche scorrono, e gli spazi smisurati delle galassie si rivelano. Poi, dal corpo, le prime caotiche tracce: improvvise e inconsuete affiorano sulla pelle, e la forza violenta di un gesto al quale non è possibile sottrarsi si abbatte sulla vita ordinaria; di ciò che era prima restano solo detriti e polvere, e il movimento, eroso dal serio gioco del musical, si scopre sconosciuto e familiare, terrestre e straniero, corallo e iridio.


Un canto gioioso e solenne rinnova l’antico invito a lasciarsi alle spalle gli strati di terre e le scie di metalli, per mettere in campo tutte le forze, e l’ironia, necessarie alla ricostruzione. Dapprincipio l’Asteroide fu una luce lontana, e solo alcuni di noi ci fecero caso. Poi accettammo che i pianeti si fanno e si disfano, e le cose si rivestirono di una luce diversa.

 

Sofia Carlotto

Icarus, creazione del coreografo e danzatore Matteo Carvone, attraversa il mito classico per trasformarlo in una riflessione contemporanea sul corpo, sul limite e sulla sopravvivenza del gesto umano. Lontano da una narrazione lineare del mito di Icaro, lo spettacolo sceglie di lavorare per evocazioni, immagini e stati percettivi. Icarus non racconta semplicemente la caduta dell’eroe greco, ma si concentra sui momenti del mito: il desiderio del volo, l’ossessione del superamento, e il fascino del rischio.


La scena diventa uno spazio instabile e immersivo, dove luce, suono e corpo dialogano fino a fondersi in un’unica esperienza sensoriale. Il mito di Icaro viene reinterpretato come metafora dell’ostinazione: la spinta incessante a oltrepassare il limite, anche a costo dell’autodistruzione. Cristian Cucco ripete un movimento insistente, quasi compulsivo, che richiama il volo ostinato del giovane protagonista in una tensione continua tra slancio e costrizione: il performer appare inizialmente bloccato, imprigionato in una struttura mobile che richiama idealmente la torre da cui Icaro tenterà la fuga.


Fondamentale nello spettacolo è il lavoro sulla luce e sull’ombra. Il riflettore in scena si trasforma in presenza magnetica e pericolosa, capace di attrarre il corpo fino all’annientamento. La luce non si limita ad illuminare la scena, ma modifica lo spazio e la percezione dello spettatore, creando continui spaesamenti visivi. Accanto alla dimensione luminosa, la componente sonora costruisce un paesaggio altrettanto immersivo: frequenze basse, vibrazioni profonde e suoni elettronici campionati dalle frequenze della luce si intrecciano alla voce e al pianoforte, riportando lo spettatore nel hybris di Icaro.
 

 

Cristiana Abate