Federico Garcia Lorca usava un’espressione, quando il testo si alza in piedi sul palco. Il Finale di partita di Gabriele Russo si alza sul palco con una tranquillità nel petto, non pretende di essere niente di più di ciò che è. Al suo cuore c’è una famiglia — Hamm (Michele Di Mauro) e Clov (Alessio Piazza), Nagg e Nell (Giuseppe Sartori e Anna Rita Vitolo) — che chiude la porta di casa dietro di sé, quando la partita finisce. Così, tutto quello che viene detto nel frattempo rimane chiuso tra le tre pareti della scenografia e noi.
In una casa piccola, lunga e stretta formato 16:9, si ritrovano gli stessi elementi che Beckett indica nel testo d’origine, come il quadro appeso al contrario, le due finestre, la scaletta. Hamm è al centro: in sedia a rotelle, occhi chiusi, si affida a Clov con un fare che è scorbutico da sempre. “Perché ogni cosa che mi chiedi io la faccio?”, Clov, che in realtà quando può semina delle piccole bugie. Sotto la luce fredda, il grigiore del tempo in cui si trovano, questa è la loro realtà, ferma con loro. L’attenzione del regista è rivolta proprio lì, al quotidiano, al concreto e familiare, senza sottostare ad alcun limite; i genitori Nagg e Nell non sono in due secchi della spazzatura, come da drammaturgia, ma in una vasca da bagno, l’uno ai piedi dell’altra. “Abbiamo cercato le cose che ci riguardano” ci ha raccontato la compagnia. Sui genitori-spazzatura, Vitolo dice “secondo me l’immondizia sono le cose che restano” e Sartori “la vasca ha la stessa forma di una culla, di una barchetta, di una bara”. Sono una coppia cristallizzata sotto la resina, per loro il tempo è la parola ieri, si presentano nei corpi degli anni focali della loro vita e si parlano con l’amarezza di due vite finite e con tutto l’amore esausto, un po’ disattento, reale, che hanno provato. Quello che rimane è l’intimità. Come Clov che bacia la fronte di Hamm, come Hamm che chiede di avere la sua copertina.