Every brilliant thing
temperare la matita dell'empatia

Cosa succede ad un figlio quando la madre decide che non vale più la pena vivere? Per Duncan Macmillan e Jonny Doonahoe, si scrive una lista.

 

“La lista è una modalità rappresentativa particolarmente efficace perché la catalogazione ovvia all’impossibilità di rendere diversamente la vastità dei dettagli di una situazione. Alcune liste hanno fini pratici e sono finite, come quella dei libri di una biblioteca: altre vogliono suggerire grandezze innumerabili e si arrestano incomplete ai confini dell’indefinito”. Così parla Umberto Eco in Vertigine della lista. Chissà se Eco avrebbe citato nel suo libro d’indagine sullo strumento dell’elenco nella letteratura e nelle arti pittoriche, l’esercizio eclettico che Every Brilliant Thing porta in scena.

 

Dal 26 al 28 maggio al Teatro India, è stato in scena, ormai al suo quinto anniversario dal debutto, l’opera teatrale Every brilliant thing, nell’adattamento di Fabrizio Arcuri e Filippo Nigro. Il protagonista, il cui nome non ha importanza, cresce con noi nell’arco di uno spettacolo che non è un acquario da osservare, ma una giostra di ritmi ed emozioni. Come un funambolo da una parte all’altra della platea Filippo Nigro, con una maestria proverbiale, coinvolge il pubblico e ci racconta non solo una storia, ma tante verità, forse un milione. Fogli, baguette, indumenti sono la tela di un elenco, inizialmente semplice ma poi sempre più sottile, di ragioni per cui vale la pena vivere. Il tentato suicidio della madre del protagonista lo porta a volerle ricordare quanto di bello c’è al mondo; anche quando non c’è più niente da recuperare, il protagonista continua come in un flusso di coscienza, forse una sfida, forse una personalissima terapia, a scrivere e cercare, con precise regole, le cose per cui vale la pena vivere.

 

La domanda non è per cosa non vale la pena morire, ma cosa rende la vita, abbastanza felice, abbastanza speciale, per essere vissuta. “Se non sei mai stato depresso, forse non sei stato molto attento”. La storia di un suicidio? No, la storia di chi è accanto ad una persona che soffre e non lo nasconde, ma che vive, naturalmente, fino al momento in cui la realtà non è più abbastanza. Un racconto che sembra non riguardare tutti, invece tocca chiunque, più di quanto non ci si renda conto. Non una speculazione sul suicidio, l’atto estremo, quanto un goliardico leggero ma puntuale inno alla vita.  

 

A 7 anni rendi appiccicoso tutto ciò che tocchi” e poi diventi adulto e ciò che ti tocca, spesso, ti rimane addosso, ti porta giù e non è facile liberarsene. Poi diventi adulto, e non tutto ciò che tocchi, ti lascia qualcosa; la possibilità di subire la vita e non vederne il bello è una verità da leggere, da non negare, di cui parlare , anche con la leggerezza chiara e trascinante con cui Fabrizio Arcuri e Filippo Nigro propongo da anni il testo di Duncan Macmillan.

 

L’arguzia dello spettacolo non è certamente solo il contenuto, ma una forma intrigante e per alcuni inaspettata: il gioco dell’improvvisazione; misurata e tecnicamente matura, è un ingegnoso meccanismo che arriva al pubblico, che ti tiene attivo, che obbliga educatamente a mettersi nei panni, a vivere la storia e il viaggio di crescita e conoscenza. Sulle tavole del palcoscenico pochi oggetti e, apparentemente, un solo personaggio; il resto del cast si fa nel dispiegarsi della storia, si alza dalle sedie rosse vellutate e si fa corpo e parola della storia di un bambino, poi ragazzo, poi uomo, che racconta della sua vita. L’attore, nella sua stessa storia, evolve nell’arco drammaturgico di poco più di un’ora e cambia di replica in replica. Ogni sera cambia l’uditorio e l’interazione con il pubblico, ma la quarta parete, il sipario non cade impolverando la platea, la coinvolge e crea alchimie. Ogni spettacolo è diverso e il controllo e la sapienza performativa di Filippo Nigro non delude mai.

 

La messa in scena inizia, sin dai primi movimenti del brulicante pubblico che prende posto. Il divertente ed entusiasmante gioco dello spettacolo contempla sguardi, intese, biglietti, numeri che faranno la narrazione. La ricerca dei personaggi tra il pubblico non è casuale: in pochi attimi l’attore carpisce l’intenzione, lo stato d’animo e la predisposizione degli spettatori, ancor prima di entrare in scena. Il padre, la psicologa, il professore, la fidanzata, sì, sono dei personaggi tipologici, ma ogni sera danno il proprio speciale e unico contributo allo spettacolo. Tra reazioni e provocazioni, la sfida di mettere in scena uno spettacolo con compagni di palco ignoti e naturalmente non sempre avvezzi alla recitazione arriva sempre alla meta; si raggiunge il milione di "brilliant things” per cui il protagonista, come molti di noi, vive.

 

La sofferenza è di tutti, la reazione forse solo di alcuni, ma lo spettacolo ci tiene dritti in ascolto e ci parla. Brevi frasi concise, mai ripetitive, descrivono, comunicano un messaggio tanto semplice quanto vero: scrivere per lasciare un messaggio, una memoria è un diritto e un dovere di tutti noi. La condivisione di uno sguardo così fresco e reattivo avvicina le persone ad una riflessione che deve essere collettiva. Comprendere gli sguardi, il dolore ed il benessere degli altri, dargli valore, temperare la matita dell’empatia.

 

Benedetta Melone