Circle mirror transformation
l'esercizio della fiducia

Dopo una seconda lettura, Valerio Binasco trova finalmente ciò che attendeva da un testo, ovvero una drammaturgia che permettesse a lui e ai suoi attori di lasciarsi trasportare dai personaggi senza pensare alle diverse conseguenze e ai dubbi che ogni attore in scena si pone continuamente.

 

In una città di provincia, quattro allievi si trovano a seguire le lezioni di una insegnante di teatro. Apparentemente è un testo dove “accade quasi qualcosa”, ma il vero cambiamento è all’interno dei personaggi stessi. Uno spazio che si presenta grigio, in cui ci sono pochi oggetti utilizzabili e che viene riempito principalmente dalle storie che ci portano i diversi personaggi. Lo spettacolo inizia con James (Valerio Binasco) e Marty (Pamela Villoresi) che aprono il laboratorio teatrale e stendono un tappeto blu che va oltre il proscenio, una richiesta e un invito agli spettatori di entrare a far parte del loro gioco lasciandosi trasportare da quello che potrà succedere. Subito dopo l’ingresso dei personaggi si inizia con il primo esercizio, che detta le regole di questo laboratorio – e in generale del mondo teatrale: la conta fino a 10. A turno, senza un ordine, i personaggi dovranno iniziare a contare e arrivare fino a 10 senza accavallarsi. Questo esercizio viene ripetuto nel corso dello spettacolo a dimostrazione della fiducia e dell'intimità reciproca che cresce progressivamente tra i personaggi. Dopo il riscaldamento, arriva il primo vero e proprio esercizio: raccontarsi. Tra apparenze, barriere e paure ci si confida poco con degli sconosciuti, specialmente se la richiesta è di ricordarsi quello che ogni persona dice su di sé.

 

Ed è da qui che si parte, dal silenzio che nasce subito dopo la spiegazione dell’esercizio e dalle pause che ogni personaggio fa mentre cerca di mettere in ordine i suoi pensieri e capire cosa è giusto raccontare e cosa è meglio evitare. Ma cosa e quanto ci costa questa fiducia? Chi ci dice che non ne verrà abusata e magari si ritorcerà contro di noi? Nonostante i presupposti di uno testo metateatrale, i personaggi non sono lì per diventare attori. Piuttosto si sono ritrovati per avere una via di fuga e liberarsi da un peso senza essere giudicati.

 

In un testo pieno di parole quotidiane dove si cerca di evitare un legame più profondo e conoscitivo, una pausa e uno sguardo sono tutto ciò che serve per decifrarli. Una parola scambiata in più durante l’intervallo, o chissà anche al di fuori del laboratorio, ci trascina nelle sottili storie personali dei singoli personaggi. Si iniziano così a vedere i primi legami e le prime rotture, dove i conflitti non vengono espressi ma restano lì sospesi, lasciando che i rapporti si consumino da soli per via del tempo che scorre e che ci ricorda che c’è comunque una fine a tutto questo e non sempre è visibile o sfocia in un enorme conflitto.

 

I personaggi partono con un gran senso di solitudine, sono alla ricerca di ciò che gli manca: che sia un contatto, un po’ di empatia o semplicemente una distrazione.  Questo si nota quando nel riprendere quello che ogni personaggio raccontava di sé all’inizio, alle storie viene sottratto qualcosa e vengono ricordate le parti “positive”, quasi come ad affermare e rassicurare l’altro che hanno avuto e possono avere un’impronta positiva anche se a volte non ce ne rendiamo conto.

 

Francesca Maddalena