Sei personaggi in cerca d'amore

“Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! 

E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé.”

 

I “Sei Personaggi in cerca d’Autore” di Valerio Binasco sono in realtà quattro voci che portano in scena la propria storia, la propria versione dei fatti. 

Quattro perché solo di loro l’autore - il ben noto Pirandello - ha scritto abbastanza da dargli corpo e voce; i bambini, i cui corpi saranno presi da due della giovane compagnia di attori, interpretati dai ragazzi della scuola di Recitazione dello Stabile di Torino, sono stati lasciati come note a margine, di loro l’autore ha scritto solo la morte, il loro esistere è necessario solo a ricordare alla madre lo strazio della loro perdita.

 

Nel raccontarsi agli attori e al Direttore-Regista, interpretato da Jurij Ferrini, ognuno va contro l’altro. Il padre, portato in vita dallo stesso Valerio Binasco, cerca di raccontare la sua storia in maniera chiara affinché il Regista si convinca a metterli in scena, ma viene continuamente smentito dalla figliastra (Giordana Faggiano), il cui desiderio non è quello di raccontare ma quello di rappresentare la propria verità. In lei urge la necessità di mostrare come realmente sono andate le cose, lei vuole, ha il bisogno, di essere viva.

Viva anche solo nell’istante in cui viene rappresentata.

Sono anime in pena, soffrono ciascuno a suo modo del loro destino, così come esplicita Binasco nelle note di regia: "Così come certi dannati danteschi straziati dal vento, hanno un po' di sollievo solo quando esso si tace per qualche momento”. 

La percezione che si ha da spettatrice è proprio quella di trovarsi davanti a una tempesta, che ha per fulmini le grida di una madre disperata, Sara Bertelà, che chiede di non rivivere lo strazio della sua scena, e come tuoni le risate della figliastra, le sue sono risate violente, di dolore e di rabbia

 

Gli attori e il regista restano in ascolto, in loro cresce l’entusiasmo e la voglia di metterli e mettersi in scena: il regista ritrova il senso del suo mestiere, lo stesso che cercava a inizio spettacolo ne “Il giuoco delle parti” ma che non riusciva a trovare. Lo trova ora, qui, in quei quattro personaggi che cercano proprio lui. 

 

Le prove iniziano nella scena del quasi incesto tra padre e figlia, ovvero dalla famosa scena che 104 anni fa infiammò il Teatro Valle e che oggi invece viene considerato dallo stesso direttore-regista, intento a ricostruire una vicenda che funzioni, “troppo poco” per una scena. A dimostrazione del processo di evoluzione che le arti e il teatro hanno compiuto, e dell’urgenza, che proviamo anche noi, di raccontare le cose come sono realmente. 

 

Ciascuno dei giovani attori sceglie il ruolo di uno dei personaggi, entrano così in empatia con loro, studiano i loro gesti, provano il loro dolore, e tentano la rappresentazione del loro dramma. Il loro sforzo per comprendere la natura del personaggio segna ancora un distacco da un passato che voltava lo sguardo di fronte al dolore, mentre oggi, nella rappresentazione di Binasco, lo accoglie, lo fa suo.

 

Ma, come dice anche il padre, “a noi pare un'altra cosa, che vorrebbe esser la stessa, e intanto non è! Una cosa, che...diventa di loro; e non più nostra.”

 

È quindi possibile mettere in scena il dramma? Forse il loro dolore ha sì bisogno di essere raccontato, ma da loro personaggi che lo hanno dentro, che lo vivono costantemente senza pace.

 

La compagnia ci ha raccontato di un Lapsus avuto sul titolo della scena che si è rivelato una perfetta definizione dell’opera, ovvero  “sei personaggi in cerca d’amore”. Questa trovo sia un’immagine che esprime perfettamente il tormento di ciascuno di loro, tormentati dal destino di rimanere incompleti, non finiti, immortali nel loro mancato compimento, costretti a vivere tra le mura di ciò che di loro è stato scritto, incapace di parlare dove le parole non gli sono state date, o di non poter andare via da un luogo dove sono stati messi.

 

Nel dialogo continuo tra personaggi e compagnia assente fino alla fine è il figlio, interpretato da Giovanni Drago, che si rifiuta di andare in scena, di raccontare la realtà dei fatti, che non parla né vuole ascoltare.

Ma è con lui che il gioco del mettere in scena solo ciò che sono, ossia solo ciò che di loro è stato scritto, si rompe.

Sarà proprio la madre a chiedere al Regista di dargli le parole per poter parlare al figlio, a cui mai ha potuto rivolgersi, parole di scuse e di chiarimento, che pongano fine, in lei, al tormento di non averlo vicino.

 

E sarà lo stesso figlio, nel finale, a raccontarci della pena che per sempre dovranno patire: la loro immortalità. Nonostante ciò alla fine ritrovano, con gli attori e il direttore, l’amore che cercavano da sempre, e forse una pace.

E così, come i suoi personaggi, è immortale e sempre amato lo stesso Pirandello.

 

Chiara Rotoni