Elena di Elena Arvigo. L’inutilità della guerra di fronte al tempo della vita
Che cosa succede quando a parlare è chi ha avuto una vita eccezionale?
Accade molto spesso che le grandi personalità storiche non abbiano molte possibilità di esprimersi in prima persona, ed è per questo che ci entusiasmiamo tanto quando vengono pubblicati i diari segreti di Marilyn Monroe, o l’intervista tenuta finora nascosta di Lady Diana. E quando si parla di personaggi del mito, la questione è ancora più complessa: esistenze di persone di cui si parla e si racconta, da centinaia di migliaia di anni, attribuendo loro diverse funzioni, motivazioni ed ideali.
Elena di Ghiannis Ritsos, un poemetto racchiuso nella raccolta Quarta dimensione scritta durante gli anni del regime dei colonnelli in Grecia (1967-1974), dà ad Elena, regina di Sparta, la parola, raccontandosi anni e anni dopo la fine della Guerra di Troia.
Nello spettacolo di Elena Arvigo, in scena al Teatro Torlonia dal 30 gennaio al 2 febbraio, la protagonista ci fa entrare nella sua casa, una casa in cui soffia un vento antichissimo, che muove tende di diversi modelli, che raccontano il passaggio del tempo in quello spazio, e in cui all’ingresso ci sono ancora la sabbia e i detriti che il mare ha portato con sé dal ritorno da Troia.
Durante il suo racconto, Elena si sposta nella sua casa, che ci immaginiamo essere isolata da ogni centro abitato, da fuori rovinata, quasi diroccata, con i rampicanti che hanno preso il sopravvento, la classica casa in cui i bambini pensano ci abiti una vecchia strega. E durante il patto tra attori e spettatori per cui durante spettacolo entrambe le parti credono che la finzione rappresentata sia la realtà, Elena è davvero ciò che ci si aspetterebbe di trovare dentro quella casa, una signora anziana, sola e misteriosa, che vede e parla con fantasmi molto reali.
Elena Arvigo ci racconta che, durante il pensare e costruire uno spettacolo, parte dal personaggio e dal suo lavoro come attrice, e non dal testo. E questo, in Elena, si vede moltissimo: la fisicità della protagonista trapassa le parole, si origina dal corpo dell’interprete, e arriva estremamente vivida e concreta, la vera Elena di Sparta, paradossalmente come ce la siamo sempre immaginata, il personaggio che più di tutti gli altri sarebbe potuto sopravvivere in tutto questo tempo, per raccontarsi ancora una volta.
Insieme a lei un’altra presenza, anch’essa spettrale e al contempo molto solida, di un'altra donna, che appare e poi scompare in diverse vesti, scandendo il ritmo tra una scena e l’altra. A volte rappresenta un’ancella infedele, a volte una presenza amica di Elena, e altre volte il peso grave dei ricordi dolorosi. Entra ed esce in silenzio, suonando il flauto, o cantando, in un accompagnamento fuori dal tempo e dallo spazio.
Elena, con la sua bellezza, è stata la causa della guerra, che ha potuto osservare in tutto il suo compimento dall’alto, ed ora è condannata ad essere investita da ricordi, da persone, da morti. Non è mai stata un’eroina, ma una prigioniera, oltre ad aver portato distruzione e guerra. E anche qui Elena descrive la guerra, non nella sua gloria e nella sua espressione di eroismo, ma in un’occasione mancata di vivere. Rivede davanti a sé i combattimenti, e le morti che questi hanno causato, provando pena e dolore per chi li ha vissuti. Non ci sono nelle sue parole incitamenti ed esaltazioni, ma il rimpianto per coloro che hanno scelto il combattimento invece che la pace.
Ritsos si è valso dell’eterna voce della classicità per denunciare la brutalità inutile di una guerra contemporanea: con il passare del tempo, con il movimento infinito delle onde del mare che avanzano e poi si ritirano sulla sabbia, tutto diventa vano, insensato, sterile. Nella vecchiaia, nell’attesa della morte, quando si fanno i conti con la propria vita, lo splendore di gesta belliche è completamente spento, e ciò che se ne è ricavato è solo un’estrema solitudine.
Insieme con forza e tenerezza, Elena Arvigo recita la verità di ogni condizione umana, destinata a mutare, spegnendo la freschezza e l’ardore della gioventù, ma con una nuova consapevolezza della vita, a cui non importa di conquiste e glorie, ma che trova la sua serenità nelle piccole cose, nella poesia e nella compagnia umana.
Ilaria Pareschi
2/02/2025