Eredità del gesto, eredità del corpo: 
The Doozies e Tu non mi perderai mai a Scintille

La danza contemporanea, nella selezione curata da Orbita Spellbound all’interno di Scintille – La stagione Danza 2026, sembra aprire una finestra su un mondo incantato. Un luogo che può apparire lontano e misterioso, ma che allo stesso tempo risuona profondamente nel corpo di chi guarda, come se richiamasse linguaggi dimenticati e gesti perduti.

 

All’interno della rassegna la danza diventa così uno strumento per interrogare il presente senza interrompere il dialogo con la memoria. Le eredità artistiche non vengono trattate come qualcosa da conservare immobile, ma come materiali vivi: tracce da attraversare, rimettere in gioco. L’amore e l’ammirazione per la tradizione lasciano spazio al cambiamento: la tradizione si apre al nuovo e si lascia tradire.

 

In questo contesto, gli spettacoli The DooziesTu non mi perderai mai risultano paradigmatici.

 

The Doozies, spettacolo di Silvia Gribaudi e Marta Dalla Via, si presenta come un’opera intorno alla meraviglia della stranezza. Il lavoro evoca esplicitamente le figure di Eleonora Duse e Isadora Duncan, donne che attraverso il loro esistere anticonvenzionale e il loro amore radicale per teatro e danza hanno trasformato il modo di abitare la scena. Nello spazio del Teatro Biblioteca Quarticciolo, davanti a un pubblico progressivamente sempre più coinvolto, le due performer costruiscono un dialogo ironico e diretto con la platea. A riecheggiare più volte sono domande rivolte alle due figure di riferimento — “cosa dobbiamo fare?” — che nello spazio della performance si trasformano in interrogativi rivolti a sé stesse, ma anche al pubblico e alla comunità artistica. L’ironia diventa così uno strumento critico: una modalità sfacciata e giocosa di interrogare il presente e di riattivare, attraverso la scena, un desiderio collettivo di cambiamento.

Di natura diversa è Tu non mi perderai mai di Raffaella Giordano, affidato all’interpretazione di Stefania Tansini. Qui la danza sembra davvero condurre lo spettatore in una dimensione altra, dove il movimento appare come il risultato di un ritmo interiore del corpo, simile a un pensiero sconosciuto che prende forma prima ancora di diventare parola. I gesti si cristallizzano per il tempo necessario a imprimersi nella memoria e poi continuano nel loro scorrere, lasciando impressioni difficili da decifrare ma profondamente familiari. Difficile staccare lo sguardo dalle mani di Stefania Tansini, che accarezzano il corpo con la stessa dolce sicurezza con cui sfiorano il pavimento, per poi incontrarsi spesso e disegnare circonferenze di braccia, rivelando così l’alfabeto del corpo con le sue variegate articolazioni. Il lavoro si configura anche come un esempio potente di trasmissione coreografica: nel passaggio da Giordano a Tansini la coreografia non appare come una semplice riproduzione, ma come una riattivazione viva e presente del gesto. In scena resta soprattutto la magnetica presenza del corpo, il suo rapporto con la gravità, con la terra e con uno spazio che sembra custodire memorie invisibili. Ciò che arriva allo spettatore sono impressioni di un linguaggio incarnato, accompagnate da una scenografia quasi metafisica e da suoni minimalisti: soffi di vento, rumore di mare, nenie dalle parole irraggiungibili.

 

Accostati nello stesso programma, i due spettacoli mostrano modalità differenti di confrontarsi con la danza e le arti performative: da un lato l’ironia dichiarata e il dialogo diretto con la storia, dall’altro una ricerca più intima e quasi archeologica sul gesto. In entrambi i casi, però, il corpo si rivela il luogo in cui passato e presente continuano a incontrarsi: uno spazio fragile e potente in cui memoria e presente si trasformano e dialogano continuamente, lasciando allo spettatore la sensazione che forse solo il corpo sappia custodire e trasmettere davvero certe storie.

 

Maia Evangelisti

l’archivio sonoro come atto politico:
Shifting the silence

Shifting the silence, restituzione della residenza dell’artista libanese Charlie Khalil Prince, è una ricerca sulla memoria e sulla presenza che prende le mosse da un solo nel quale la danza si svolge nel silenzio.

A partire dal suo movimento e tramite il campionamento di suoni ambientali come quello dei passi, o da strumenti musicali come la chitarra elettrica, si va a creare una musica che accompagna le voci registrate della resistenza palestinese: il corpo prende vita facendosi mezzo di narrazione. 

 

“Chi ha il permesso di fare rumore?” È la domanda che Charlie Khalil Prince si è posto all’inizio di questa ricerca, rompendo il silenzio tramite azioni funzionali a trasmettere un messaggio chiaro. Come dichiara l’artista durante il momento di confronto post spettacolo, viviamo in un periodo storico in cui è necessario non stare in silenzio e rendere la nostra stessa presenza un archivio di memoria per ricostruire storie cancellate.

 

Shifting the silence è l’inizio di un viaggio, nella mente e nel processo creativo dell’artista, e nella coscienza umana.

 

Cristiana Abate