Una donna in scena, un blocco di pietra che prende vita, Carlotta Viscovo dà voce a Camille Claudel, scultrice e funesta donna dell’800. In uno stato estatico, uscendo fuori da sé, Carlotta Viscovo si fa corpo di una testimonianza, il grido d’aiuto di una donna, Camille Claudel, che come Carlotta Viscovo, ha lottato.
Carlotta si è battuta per i diritti dei lavoratori dello spettacolo da sindacalista, Camille rivendica il diritto, del singolo, di fare il suo lavoro e di aver riconosciuti i propri meriti. Il progetto di Carlotta Viscovo è una pregevole dimostrazione che il principio dell’ars gratia artis è ormai scaduto e non ha spazio in questo mondo, in cui si devono ancora fare molti passi avanti, per il riconoscimento dell’artista e dei suoi diritti di lavoratore.
Scritto da Angela Demattè e sotto la guida della dramaturg Alice Sinigaglia, la scultura prende vita e parla di sé, della genesi e della natura mai anacronistica, del disagio della protesta, del fare arte. Nello spettacolo ha una forte valenza il respiro e l'immagine del corpo, lo studio coreografico dello spettacolo vanta la direzione di Alessandra Cristiani. Le sculture di Claudel sono delle istantanee di emozioni, così Carlotta Viscovo si dona a noi, fragile, sofferente, energica e in ascolto. Le identità delle due donne si sovrappongono. Per analogia biografica due donne nel tumulto di sentimenti di ira, frustrazione, rabbia e paranoia. Fare ed essere, scultrice ed attrice. Per entrambe le figure il proprio mestiere è ragione di lotta e non finisce nell’esercizio del proprio lavoro, una scheggia ferisce e smuove inesorabilmente chi si batte per la propria o collettiva libertà.
La materia prende vita nel corpo dell’attrice , che non senza riferimenti autobiografici, mette in scena schizofrenicamente le emotività di anime in lotta; Hanno forte valenza il respiro e l’immagine del corpo, il rapporto corpo lotta. I corpi sono segnati, la lotta lascia traccia del suo esistere e divenire sui corpi. Uno sguardo a tutto tondo, come attorno alle statue, testimonia ciò che è vivere di arte oggi, ma anche ieri. Non solo, vivere secondo dei valori, ma combattere per il giusto.
Censurate e criticate le parole di Claudel sono state per tempo ignote ai più, ma sempre si sono riverberate nei segni della sua scultura; a teatro si fanno suono; impetuoso suono di reclamo, desiderio di riconoscimento. Lottare per il diritto alla libertà artistica, non è in sé uno sforzo artistico? Carlotta Viscovo si rivela in una narrazione di testimonianza e riscatto. Per la prima volta sul palco la lotta fuori dalla scena, per la scena. L’estasi della lotta porta lo spettatore ad uno stato di immersione della mente nei tormenti di Camille Claudel e Carlotta Viscovo, nelle vite di persone in battaglia e in resistenza. Davanti agli occhi la continua contaminazione delle testimonianze di donne, sofferenti, frustrate eppure mai lontane dall’obiettivo, in un alternanza di lucidità, tormento e ambizioni soffocate.
Questo progetto ci regala una tessitura sovrapposta e variopinta di tante materie e colori; parla di politica, di amore, di arte, di bisogno e frustrazione. La lotta per il diritto e la libertà di esprimere e ricercare la propria arte, tra interesse del singolo e moto per la collettività, ci avvicinano e fermano nel tempo una dichiarazione.
Benedetta Melone