Non tutti parlano georgiano, ma si spera che tutti parlino la lingua della verità. Al Teatro India dal 6 al 17 maggio ogni sera si brinda gaumarjos ("vittoria") in nome dei diritti, della libertà, dell’indipendenza. Raccontando la storia di una compagnia teatrale sconvolta, una giovane viaggiatrice europea, Paola Giannini, scopre una Georgia dalla situazione politica instabile. La Festa di Leonardo Manzan e Rocco Placidi mette in scena con il dispositivo della Supra, una danza di brindisi, una società in lotta, un destino per cui combattere.
In scena tre attori georgiani (Giorgi Baratashvili, Zurab Papuashvili, Anna Tsereteli) dell’ormai ferma compagnia teatrale del New Theatre di Tbilisi. Sono davvero solo attori in scena? O recitano la loro vera rabbia? Negli spettacoli di Manzan non sorprende ritrovarsi in un limbo tra realtà e finzione, ma quando la realtà è così presente e lucida, sembra di essere in assemblea, parte di una manifestazione, in ascolto, pronti a cogliere testimonianze e non un passivo sguardo sulla finzione.
L’espediente del simposio georgiano, la supra, non è casuale. L’ormai rodato binomio Manzan-Placidi, è da anni che tesse rapporti con il mondo del teatro Georgiano, portando in scena il loro Cirano deve morire, al New Theatre di Tbilisi. Una replica fatale è stata quella nel dicembre 2024, nel mezzo delle manifestazioni di piazza per le elezioni parlamentari, sconfitti dagli esiti, gli attori danno una tradizionale supra.
Inaspettatamente, lo sconforto ha unito le sorti della compagnia georgiana e degli artisti italiani. La supra è un dispositivo che mette in scena rabbia e terrore, ma anche gioia e voglia di riscatto.
Anche nel tumulto, il popolo georgiano sa essere lieto e conviviale, un approccio non disteso, ma senza pianti, come sono le manifestazioni della società europeista georgiana. Una rivoluzione pacifica.
Poche semplici regole per la Supra: Il tamada regola il ritmo del banchetto. A turno si brinda, si beve tutto d’un sorso. Non si beve mentre un convitato parla, se il vino cade, si fa una preghiera al buon Dio. Ogni sera La Festa cambia, ogni spettacolo prende vita in maniera singolare, al cambiare dell’uditorio. Preso posto al Teatro India, chissà quale brindisi desterà la reazione del pubblico.
La lingua, le consuetudini sono le leggi dell’ appartenenza, ma ne La Festa, tutti si sentono parte di un linguaggio comune. Una lingua che non fa barriera: il georgiano, considerato una lingua difficile da imparare, si fa grammelot. Tra sopratitoli e pseudoparole, parla a tutti. Un linguaggio sconosciuto ma collettivo, portato alle estreme conseguenze. Le musiche eseguite da Irakli Getsadze si fondono agli scricchiolii di un tappeto di vetri, di schegge di bottiglie e bicchieri, di chissà quale supra. L’unico solco a sancire una frontiera tra palco e platea è una soglia di vetro, un confine che viene rotto; un confine questa volta visibile e fisico, come non sono i confini geopolitici, che pure, invece, sono taglienti. Linee immaginarie, con effetti reali sulla vita delle persone, sul mondo.
Quanti brindisi andati in frantumi, ma è vietato fermarsi! Coraggio o follia? Un destino da portare addosso, quello dei georgiani che ci portano la loro testimonianza. Lo spettacolo ha un portato politico forte, ci fa riflettere sugli aspetti controversi del manifestare. Non c’è distanza che tenga se il fine è comune. Lottare per un Teatro libero, non solo in Georgia, è un rischio.
La festa finisce.
Gli attori si inchinano, ma solo agli applausi.
Benedetta Melone