È qui forse che lo spettacolo suggerisce l’idea della lettura come di un atto capace di creare l’identità comune di una collettività, attraverso il fuoco delle parole. Il valore del gesto della lettura, capace di plasmare coscienze e realtà, un gesto tutt’oggi sempre più sottostimato, emerge con forza nelle scene fondamentali del racconto, come quando ad esempio Guy confessa alla moglie di aver nascosto dei libri in casa loro. È qui che i Sotterraneo chiamano simbolicamente il pubblico a farsi portavoce di quel gesto, rinunciando alla parole pronunciate e lasciando che il racconto prosegua letto sui due schermi. E proprio come avviene quando leggiamo, i due schermi sono carichi di domande e dubbi. Un mondo senza libri, un mondo in cui si guarda con disprezzo la figura dell'intellettuale, potrebbe collassare facilmente in una dittatura senza critica o resistenze, in cui il significato delle parole è definitivamente alterato. D'altra parte, sembra dire l’altra pagina, potrebbe anche darsi che sopravvivremmo continuando a narrarci storie diverse, reinventando quanto abbiamo letto o ci è stato raccontato. La memoria è labile, alterabile, e rinunciare al libro potrebbe condannarci, più che ad un inferno, ad un perenne presente senza passato né futuro, cancellando sia il passato che il futuro.
Basterebbero appena cento anni per mettere al bando i libri, schedare le persone che ne fanno uso, recriminarne lentamente l’utilizzo, in una parabola che non può farci pensare a quanto già oggi succede, con la crescente difficoltà che sperimentiamo nel concentrarci sulle pagine di un libro. E tutto accadrebbe senza scontri di massa, senza rivoluzioni, con il tacito consenso di una società alla deriva, che forse già oggi fatica a dire a quale carica dello Stato italiano spetti dichiarare lo stato di guerra. Basterebbero cento anni, senza troppo scalpore, per dimenticare Melville, Proust, Woolf, per dimenticare che c’era un tempo in cui i pompieri erano chiamati per spegnere fuochi, non per spargere cherosene su parole troppo pericolose.
Un futuro possibile che gli attori inscenano con un presunto pubblico nel 2051, con alle spalle due conflitti nucleari: la carta stampata si è fatta ricordo e con esso si sono sopiti gli slanci critici di una società ormai anestetizzata da performance di clown bianchi. Eppure, il fuoco, il fuoco delle parole bandite, era la cura.
Federico Manganella e Luca Zammito