Coordinate dello sguardo

23 > 28 giugno

18:00-23:00 | Foyer Sala Oceano | ingresso gratuito

Coordinate dello sguardo è una riflessione sulla posizione dei corpi nel mondo. Non solo come presenza fisica nello spazio, ma come punto da cui nasce ogni sguardo. Guardare non è mai un atto neutro: significa occupare un luogo, avere una distanza, entrare in relazione con ciò che si osserva. 

 

La mostra nasce dal lavoro della DAP - Direzione Artistica Partecipata di Dominio Pubblico che, con il coordinamento della curatrice Marta Di Meglio, ha selezionato progetti capaci di dialogare tra loro attorno a temi e sensibilità comuni. Anche il lavoro di allestimento è stato pensato per valorizzare questo dialogo, costruendo un percorso in cui opere, suoni e immagini possano entrare in relazione tra loro e con lo spazio espositivo.

 

Coordinate dello sguardo mette insieme progetti che spaziano dalla fotografia alla pittura e alla videoarte. In mostra sono presenti: i progetti fotografici di Margherita Cerioni (Com’è bella la città), Flavia De Muro (Le schiene sono i muri della città), Giovanni Golfieri (Andare oltre un confine infinito), Giulia Parisi (Sopraffazione) e Giulia Pietrapertosa (Clara fines) che indagano il ruolo che svolge il corpo nel territorio in cui abita, e Kyojitsu di Giulia Parisi che riflette sull’impossibilità di riconoscere pienamente l’identità di un oggetto quando questo viene frammentato in dettagli, angolazioni e porzioni visive. Le opere pittoriche Gilda di Daniele Morales che restituisce visibilità a una figura quotidiana spesso trascurata come quello di una badante e Ombre del tempo di Chiara Ricci che concentra l’attenzione sulla materia e sul suo continuo mutamento nel tempo. Lavori di videoarte e progetti audiovisivi come Can’t have enough di Serena Osma sull’indifferenza di fronte al genocidio palestinese, e Agitazione di Sofia Giacomello, in cui il corpo immerso nell’acqua sembra sospeso in uno spazio e in un tempo privi di definizioni sociali.

 

Tutte le opere condividono una riflessione sul corpo - reale o evocato attraverso gli oggetti - come elemento capace di orientare e dare significato allo spazio. Il corpo diventa un riferimento, una misura attraverso cui interpretiamo ciò che ci circonda, mentre gli oggetti si configurano come tracce della presenza umana: raccontano gesti, abitudini e funzioni, trasformandosi in estensioni del nostro modo di abitare il mondo. Da questo dialogo tra corpi e cose emerge una riflessione sulla dimensione sociale dell’individuo: l’essere umano non è isolato, ma parte di un sistema di relazioni, ruoli e significati. 

 

COORDINATE DELLO SGUARDO

in collaborazione con Marta Di Meglio / UP Urban Prospective Factory

con le opere e i progetti:

 

Clara Fines di Giulia Pietrapretosa: progetto che nasce dall'esigenza di descrivere la natura dell' uomo che stenta a indagare oltre ciò che conosce, che rimane nella luce senza mai tuffarsi nell' ignoto, nel buio.

 

Sopraffazione di Giulia Parisi: progetto fotografico che mette in evidenza come l’operato irresponsabile dell’uomo porta alla disarmonia e distruzione della natura, e poiché noi siamo natura ci autodistruggiamo, ne veniamo sopraffatti.

 

Kyojits di Giulia Parisi: progetto fotografico che sperimenta cercando di trasformare la realtà, catturando i soggetti non nella loro interezza, ma in frammenti, angoli, dettagli che sfuggono all’occhio. Con un obiettivo macro e uno studio della luce, sperimenta superfici e texture, mascherando la vera identità del soggetto. Ogni scatto diventa un piccolo enigma: niente è palesemente ciò che sembra. Lo spettatore è invitato a immaginare, ritrovarsi e completare con la propria visione.

 

Com'è bella la città di Margherita Cerioni: Il progetto fotografico Com'è bella la città mette in relazione fotografie d'archivio realizzate all'interno degli Ex Mercati Generali di Roma nel 2019 e immagini della manifestazione per la Palestina libera del 2 ottobre 2025. Mostrando questi due contesti, il lavoro osserva come lo spazio urbano cambi significato quando viene attraversato e occupato dai corpi. Luoghi normalmente sottratti all'uso quotidiano - come gli spazi abbandonati degli Ex Mercati Generali o infrastrutture destinate al solo transito di veicoli, come la Tangenziale - diventano temporaneamente scenari di presenza collettiva. Le immagini mostrano momenti in cui la città sospende il proprio ritmo di crescita e accelerazione, aprendosi a usi e forme di relazione inattesi.

 

Ombre del tempo di Chiara Ricci: nasce dall’incontro tra due materiali distanti ma capaci di dialogare: il plexiglass, trasparente e neutro, che funge da spazio di sospensione, e il ferro, materia viva e reattiva, sottoposto a un processo di ossidazione controllata. La ruggine diventa il linguaggio dell’opera, una scrittura silenziosa che rende visibile l’azione del tempo sulla materia. L’ossidazione è guidata e calibrata, modulando intensità e cromie per ottenere un equilibrio organico. I riquadri in ferro non sono unità isolate, ma parti interconnesse di un organismo più ampio. Il tempo è il nucleo concettuale dell’opera: non come misura lineare, ma come processo di trasformazione. Il deterioramento non coincide con la fine, ma con una fase generativa, in cui la materia si fa memoria e possibilità di rinnovamento. L’opera invita così a riflettere sul divenire come condizione fertile, in cui la corrosione diventa occasione di bellezza.

 

Le schiene sono i muri delle città di Flavia De Muro: progetto fotografico realizzato con il sostegno del MiC e di SIAE nell'ambito del programma "Per chi Crea" che indaga il rapporto tra queerness e contesto urbano. Roma si fa piazza, passerella, sfondo dei ritratti di 10 persone LGBTQIA+.

 

Agitazione di Sofia Giacomello: progetto video che si colloca in un territorio ibrido tra videodanza e performance. A inquadratura fissa, il corpo attraversa movimenti irregolari, trattenuti, scomodi, all’interno di uno spazio domestico quotidiano. Un divano — oggetto abituale e simbolo di comfort — diventa il luogo di una frizione continua tra corpo e ambiente. Il lavoro nasce dal desiderio di trasmettere una sensazione più che spiegarla: un’agitazione sottile, una scomodità che non è solo fisica ma anche emotiva, e che emerge nel confronto con gli spazi che fanno parte della routine. La casa, anziché accogliere, espone una tensione latente; il corpo non trova una posizione stabile, ma resta in uno stato di instabilità e adattamento continuo. Il linguaggio del progetto è percettivo e minimale. Il senso del lavoro si costruisce attraverso il ritmo del movimento, la ripetizione e l’attrito tra corpo e spazio, lasciando allo sguardo la possibilità di abitare quella sensazione senza una chiave di lettura univoca.

 

Gilda di Daniele Morales: il ritratto della badante di sua nonna. Si chiama Gilda e lavora dalla nonna da più di 20/30 anni e all'interno dell'ambito familiare è sempre stata vista solamente come la "badante" nonostante il tempo trascorso insieme e aver visto crescere sua madre e i suoi fratelli. Ha fatto questo ritratto per darle importanza e farle rendere conto che la vedeva e far si che anche gli altri potessero cominciare a vederla.
 

Can't, have enough di Serena Osma: la performance nasce per far provocare e far riflettere riportando l'attenzione sul corpo che consuma cibo quasi per inerzia o protezione mentre la mente è altrove, intrappolata tra i pianti e le macerie della Palestina. L’anguria rappresenta il ventre di una donna come di una terra, è pancia pulsante, ma è anche il simbolo dei colori di un popolo. L’azione si sviluppa in una metamorfosi della cura che diventa violenza necessaria e poi liberazione: la "pancia-anguria" viene accarezzata, poi accoltellata con furia carnivora e infine divorata. Un atto di resistenza e di testimonianza dove il succo rosso si confonde col sangue e il gesto del mangiare diventa un tentativo disperato di deglutire l’orrore. Una performance multidisciplinare che unisce corpo, attivismo e indagine psicologica, interrogando lo spettatore sul confine tra privilegio e indifferenza.

 

Andare oltre un confine infinito di Giovanni Golfieri: progetto fotografico che indaga il senso di "confine" che dobbiamo superare, inarrivabile ad una distanza infinita. "La rivoluzione non sta sempre nelle grandi opere ma anche nei piccoli gesti, andare a fondo delle cose, chiedersi il perché, uscire dalla comodità della vostra quotidianità, ascoltare l’altro.”

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Info e prenotazioni scrivendo a: youthfest@dominiopubblicoteatro.it

 

Come raggiungere il Teatro India

Lungotevere Vittorio Gassman, 1, 00146 Roma RM

 

Linee autobus: 170, 766, 775, 780, 781, 791, 96, C6, N781 Tram: 3, 8 Metro: B (Piramide) Treno: FL1, FL3, FL5 (Stazione di Roma Trastevere - Roma Ostiense)

Dominio Pubblico - Youth Fest 2026

Un progetto di Dominio Pubblico
Direzione artistica Tiziano Panici
Amministrazione Alin Cristofori
Organizzazione e produzione Clara Lolletti
Comunicazione e promozione Flavia De Muro
Social media Vittoria Ferraro Petrillo
Community manager Lavinia Di Genova
Ufficio stampa Maresa Palmacci

Direzione tecnica SAV Teknology
Documentazione video e foto Aurora Sanna

DAP - Direzione Artistica Partecipata 

Cristiana Maria Abate - Francesca Bartoli - Filippo Da Ros - Aurora Di Savina - Alessia Pia Fine - Daniele Ginori - Benedetta Melone - Emanuele Sicignano - Alessandra Toscano

Evento patrocinato da:
Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria